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(seconda parte) Thérèse Bertherat ideatrice dell’ANTIGINNASTICA, parla del metodo ROLFING e della sua esperienza durante le “dieci sedute”.

Una californiana che pratica il rolfing, dopo aver letto la versione americana di Guarire con l’antiginnastica, mi ha scritto perché voleva saperne di più sull’antiginnastica e sul metodo Mézières, anzi voleva farsi curare. Mi proponeva, in cambio, di farmi a sua volta le dieci sedute del rolfing.

(…) Sempre più interessata, non vedevo l’ora di fare la prima seduta. Di questa seduta, ora ricordo la mia difficoltà a viverla come paziente. In qualche modo mantenevo le distanze, mi rifiutavo di accettare che fosse ben altro che un’esperienza professionale. Alzavo la testa ogni momento per vedere le mani della terapista (però ne evitavo lo sguardo), mi muovevo troppo, parlavo in continuazione…di lei. Insomma cercavo di defilarmi come potevo. Si ha un bel percepire le resistenze degli altri…

Sono stata costretta a tornare alla realtà dal mio corpo quando la terapista si è messa a lavorare la mia gamba destra. Ho lanciato un grido che non aveva nessun distacco. Poi ho cercato di rimediare intavolando una discussione su quanto fosse doloroso il rolfing. “Il dolore è un’opinione” mi ha risposto la mia torturatrice imperturbabile. Protestavo, ma lei rimaneva serena e continuava a maneggiare il mio polpaccio. “Non sono io che le faccio male, è lei che fa resistenza e per questo prova dolore.” Appena ho sentito la parola resistenza, ho allentato la tensione della gamba…e il dolore si è subito calmato. “In realtà il dolore, fisico o psichico, è provocato dal rifiuto di sperimentare appieno quanto succede. Ci irrigidiamo e così aumentiamo il dolore. Oppure facciamo uno sforzo di volontà per convincerci che non sentiamo niente. Ma questo non funziona mai del tutto e così ci sentiamo, per sovrappiù, feriti nel nostro amor proprio. Che ne pensa?”

Non pensavo, non avevo più voglia di discutere. Avevo abbandonato il fuoco di sbarramento, mi ero messa nelle sue mani e mi ci trovavo benissimo. Alla fine della seduta mi sentivo lunga, elastica, allegra, con un’irresistibile voglia di muovermi di ridere. L’ho ringraziata e abbiamo preso appuntamento per la settimana successiva.

Ma fin dal giorno dopo ho cominciato ad aspettare quel secondo appuntamento, a sentirmi impaziente e ansiosa all’idea che potesse venir annullato o rinviato. Non mi riconoscevo più. Non capivo come potevo essere diventata improvvisamente così dipendente, riconosco che quei pochi giorni di attesa mi hanno aiutata molto a capire la dipendenza dai miei pazienti, il loro desiderio di ritrovarsi vicino a una persona che faceva loro del bene, che sembrava conoscerti meglio di quanto non si conoscessero essi stessi.

Non starò a raccontare tutte le mie sedute di rolfing, vorrei però parlare della settima, che viene, giustamente, considerata la più sconvolgente. In questa si lavora il collo e anche la testa dentro e fuori, in tutti i sensi della parola. Scollando le fasce del cranio e liberandone la muscolatura, il rolfer muove le ossa. Dico proprio le ossa, perché, benché si abbia l’abitudine di considerare il cranio come un unico osso, esso è composto da sedici ossa (senza contare quelle della mascella) e di una cinquantina di articolazioni. Tutto questo  avrei potuto benissimo ignorarlo, dal momento che il programma di studio della chinesiterapia classica che avevo seguito prima di imparare il metodo Mézières, non comprende la testa!

La testa, dunque, essendo molto complessa e articolata, può come tutto il resto del corpo, cambiare struttura, qualunque sia l’età del paziente. Facendo muovere le ossa del mio cranio, la rolfer mi ha dato modo di ritrovare le sensazioni della mia nascita col forcipe. Esperienza terrificante, ri-esperienza altrettanto terrificante. Ho capito che avevo conservato le tracce della mia nascita non solo in una piccola cicatrice sula fronte, ma in una profonda ferita dei tessuti sottocutanei, senza parlare di ferite ancor più profonde.

Forse la parte più impressionante della seduta è il lavoro fatto all’interno della bocca, sulle fasce del palato, delle guance e della lingua. Avendo osservato che tutti i muscoli della testa, del collo e del viso sono attaccati direttamente o indirettamente alle vertebre cervicali, Ida Rolf ne ha concluso che era impossibile allineare queste vertebre e conferire alla testa il giusto portamento senza lavorarli tutti, anche i meno evidenti. Una delle ragioni capitali per ricercare un corretto portamento della testa, secondo Ida Rolf, è permettere al cervello di funzionare da quell’organo “fluttuante” che è. Fatto per muoversi liberamente nella cavità del cranio, se la testa sta cronicamente inclinata, urta contro la parete interna e non può venire irrigato integralmente. Altra giustissima osservazione di Ida Rolf: si può avere un disturbo a un ginocchio, a un’anca, ecc., ma non si dice mai “sono malato” se non si sente un malessere alla nuca.

Ma torniamo alle fasce dell’interno della bocca. Come hanno potuto incollarsi, per effetto di quale batosta? Per le batoste dell’autorepressione, si potrebbe dire: per tutto quello che abbiamo ingoiato, in senso proprio e figurato, senza desiderio, senza accettazione; per lo sforzo di non gridare, non piangere, non dire, e per lo sforzo di trattenersi a lungo prima di parlare fino a perdere ogni spontaneità e a sacrificare la mobilità della lingua. Coloro che hanno la lingua “contratta” spesso sono degli eccezionali chiacchieroni, sentono il bisogno di agitare la lingua come per distenderla, come quei bambini detti “ipercinetici” che sono sempre in movimento nel tentativo di liberare la loro muscolatura legata. Ida Rolf parla di un ragazzo curato da un rolfer che si è sentito finalmente felice in pubblico da quando è riuscito a lasciare la parola agli altri e ad ascoltarli. Contrariamente all’espressione corrente, “sciogliere la lingua” permetterebbe proprio di strare in silenzio.

Bastano questi brevi cenni sul rolfing per mostrarne l’interesse e il valore. Senza dubbio esso dà un contributo nuovo e importante chiarendo il ruolo delle fasce, considerate per la prima volta separatamente dai muscoli che esse circondano. A me, poi, piace molto la preparazione dei rolfers; il fatto di esigere che abbiano a priori una certa abilità manuale, senso estetico e il concetto dell’unità corpo/mente. Ho l’intenzione di continuare a lavorare in collaborazione con alcuni rolfers….

(Tratto da "Thérèse Bertherat & Carol Bernstein, Nuove vie dell'antiginnastica, Mondadori Editore)

 

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